PONTELONGO E LA CRISI DELLO ZUCCHERO ITALIANO
La sospensione dell’attività di trasformazione dello zuccherificio di Pontelongo (in provincia di Padova), annunciata da Coprob–Italia Zuccheri, rappresenta molto più di una riorganizzazione industriale. È il segnale di una crisi strutturale che coinvolge l’intera filiera bieticolo-saccarifera italiana, dalla produzione agricola fino all’industria alimentare. Lo stabilimento padovano, attivo da oltre un secolo e unico impianto di trasformazione della barbabietola in Veneto, costituisce infatti uno dei due pilastri dell’ultima filiera dello zucchero interamente italiana, insieme allo stabilimento di Minerbio in Emilia-Romagna.
La decisione della cooperativa nasce da una combinazione di fattori agricoli, economici e normativi. Il primo elemento riguarda il drastico calo delle superfici coltivate a barbabietola, con una contrazione che riduce la massa critica necessaria a mantenere economicamente sostenibile l’attività di trasformazione industriale.
“Esprimiamo una fortissima preoccupazione per la tenuta della filiera bieticolo-saccarifera – ha dichiarato Carlo Salvan, presidente di Coldiretti Veneto –. Per la campagna 2026 in Veneto si stimano appena 3.700 ettari coltivati a barbabietola, superfici troppo ridotte per garantire la sostenibilità economica dello stabilimento di Pontelongo”. Secondo l’organizzazione agricola il rischio è quello di perdere un presidio produttivo strategico per il territorio e per la produzione di zucchero nazionale.
Confagricoltura, presente al tavolo convocato il 5 marzo scorso dall’assessore regionale all’Agricoltura del Veneto Dario Bond con il presidente di Confagricoltura Venezia Stefano Tromboni e il direttore di Confagricoltura Veneto Renzo Cavestro ha lamentato di non essere stata coinvolta nella scelta, attuata dal consiglio di amministrazione di Coprob, di sospendere l’attività dell’impianto di Pontelongo e ha chiesto ai dirigenti della cooperativa presenti all’incontro di chiarirne i motivi, anche per il fatto che la decisione è stata assunta nell’anno in cui la Regione ha messo a disposizione 600 mila euro di sostegni per i bieticoltori. Otre al mercato ostile e alla totale mancanza di protezioni sul piano commerciale Confagricoltura ha ribadito che il primo problema che tocca il comparto bieticolo saccarifero sono le condizioni della coltivazione, diventate difficili a causa delle temperature estive e della mancanza di adeguati mezzi per la difesa della coltivazione.
Alla riduzione delle superfici si aggiunge un problema di rese. Negli ultimi anni la produttività media è diminuita, con una flessione significativa della produzione di saccarosio per ettaro, conseguenza degli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico e della crescente pressione di fitopatie e parassiti. Eventi meteorologici estremi, nuove infestazioni e difficoltà nella difesa delle colture stanno rendendo la bieticoltura una coltivazione sempre più complessa.
Un altro elemento critico riguarda il quadro normativo europeo. L’eliminazione di numerosi principi attivi per la difesa fitosanitaria, senza alternative efficaci disponibili, ha ridotto gli strumenti tecnici a disposizione degli agricoltori per proteggere le coltivazioni. Secondo Coprob, negli ultimi anni sono state vietate oltre trenta molecole utilizzate nella difesa della barbabietola, aggravando i problemi di gestione agronomica e contribuendo al calo delle rese.
A queste difficoltà produttive si aggiungono dinamiche di mercato sempre più sfavorevoli. Il comparto europeo dello zucchero sta vivendo una fase di forte pressione sui prezzi, legata all’aumento dell’offerta e alla maggiore presenza di zucchero importato sul mercato comunitario. Il risultato è un progressivo ridimensionamento dell’industria saccarifera europea: le fabbriche attive sono scese da 103 nel 2017 a circa 81 previste entro il 2027.
In questo contesto la filiera italiana appare particolarmente fragile. Dopo la riforma dell’Organizzazione comune di mercato (Ocm) dello zucchero avviata nei primi anni Duemila, la produzione nazionale si è progressivamente concentrata nella cooperativa Coprob, che oggi rappresenta l’unico operatore capace di garantire una filiera completamente italiana, dalla coltivazione della barbabietola alla raffinazione dello zucchero.
Il peso economico della bieticoltura in Italia è oggi limitato rispetto al passato, ma rimane strategico per l’equilibrio della filiera agroindustriale. Secondo i dati della cooperativa Coprob e delle organizzazioni di settore, la coltivazione della barbabietola da zucchero interessa attualmente circa 30 mila ettari a livello nazionale, concentrati soprattutto tra Emilia-Romagna e Veneto, con presenze minori in Lombardia, Marche, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Da queste superfici proviene una produzione complessiva di circa 2 milioni di tonnellate di radici, destinate alla trasformazione nei due soli zuccherifici rimasti operativi nel Paese.
La produzione nazionale di zucchero oscilla mediamente tra 150 e 160 mila tonnellate annue, una quantità che copre soltanto una parte limitata del fabbisogno italiano ma che consente di mantenere attiva una filiera interamente nazionale, dalla coltivazione della barbabietola fino alla raffinazione del prodotto. In termini economici il valore della produzione agricola della barbabietola può essere stimato in 80-90 milioni di euro all’anno, considerando rese medie attorno alle 60 tonnellate per ettaro e prezzi industriali delle radici compresi mediamente tra 40 e 45 euro per tonnellata.
Numeri che evidenziano la dimensione relativamente ridotta del comparto rispetto al passato, ma che allo stesso tempo spiegano quanto sia delicato l’equilibrio tra superficie coltivata e sostenibilità industriale degli impianti di trasformazione. La bieticoltura richiede infatti una massa critica minima di produzione e una logistica molto rapida tra raccolta e lavorazione, fattori che rendono la presenza degli zuccherifici sul territorio un elemento determinante per la sopravvivenza della coltura.
La sospensione dell’impianto di Pontelongo rischia quindi di produrre effetti che vanno oltre il territorio veneto. Lo stabilimento impiega circa duecento lavoratori tra personale fisso e stagionale e coinvolge migliaia di agricoltori conferenti, oltre a una rete di servizi agricoli, trasporto e logistica.
La scelta della cooperativa prevede il trasferimento della trasformazione delle barbabietole allo stabilimento di Minerbio, mentre a Pontelongo resteranno attive le attività di confezionamento dello zucchero e alcuni investimenti di ammodernamento sostenuti anche da risorse del PNRR.
Il punto centrale resta tuttavia la sostenibilità agricola della coltura. Senza un recupero delle superfici coltivate e un miglioramento delle rese per ettaro, la filiera bieticolo-saccarifera rischia di ridursi ulteriormente. In gioco non c’è soltanto il futuro di un impianto industriale, ma la possibilità per l’Italia di mantenere una produzione nazionale di zucchero, componente strategica per l’industria alimentare e per la sicurezza delle filiere agroalimentari.
La vicenda di Pontelongo rappresenta quindi un passaggio emblematico per l’agricoltura italiana: il confronto tra sostenibilità economica delle colture, competitività industriale e politiche agricole europee determinerà il destino di uno dei comparti storici della pianura padana. Senza una strategia condivisa tra agricoltori, industria e istituzioni, il rischio è che la bieticoltura italiana diventi una coltura residuale, con la conseguente perdita di un segmento produttivo che per oltre un secolo ha caratterizzato il sistema agroalimentare nazionale.