PSA, LA CINTA SENESE RISCHIA DI PERDERE IL SUO PATRIMONIO GENETICO
La diffusione della Peste suina africana in Toscana mette a rischio anche uno dei simboli della suinicoltura regionale: la Cinta Senese Dop, una delle principali razze autoctone italiane, allevata secondo un modello produttivo brado o semibrado che rappresenta il suo punto di forza, ma anche il principale elemento di vulnerabilità nei confronti del virus. A lanciare l’allarme è il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop, che torna a chiedere la costituzione di una riserva genetica protetta dopo i primi casi di positività riscontrati in allevamenti toscani della razza. Il primo focolaio è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi due suini trovati morti in un allevamento semibrado di San Marcello Piteglio, nel Pistoiese, sono risultati positivi al virus. Si tratta degli stessi casi richiamati dal Commissario straordinario alla Psa, Giovanni Filippini, nell’audizione del 16 luglio davanti alla Commissione Agricoltura della Camera, in una fase in cui il Bollettino epidemiologico nazionale conta complessivamente 3.952 casi di Peste suina africana nei cinghiali e 30.725 negli allevamenti suini dal gennaio 2022.
Il pascolo che diventa un fattore di rischio
La Cinta Senese viene allevata prevalentemente allo stato brado o semibrado, in boschi e pascoli dove la presenza dei cinghiali, principale vettore del virus, è particolarmente elevata. È proprio questo stretto legame con il territorio a renderla unica dal punto di vista produttivo e qualitativo, ma anche particolarmente esposta al rischio sanitario. Secondo il presidente del Consorzio, Nicolò Savigni, anche applicando rigorosamente le misure di biosicurezza all’interno delle aziende resta difficile azzerare il rischio di contatto con la fauna selvatica. “Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana”, afferma Savigni, sottolineando come un focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere in modo irreversibile il patrimonio genetico della razza.
La filiera della Cinta Senese Dop comprende oggi 79 allevatori, 6 macelli e 18 imprese di trasformazione, per un valore economico stimato in circa 5,5 milioni di euro. Oltre all’aspetto produttivo, gli allevamenti svolgono un’importante funzione di presidio del territorio e di gestione delle aree boscate e collinari.
Una riserva genetica ancora in attesa
Proprio per tutelare questo patrimonio, il Consorzio propone dal 2024 la creazione di un nucleo di riproduttori da mantenere in un’area a rischio epidemiologico minimo. Il progetto, sviluppato insieme ad ANAS (Associazione Nazionale Allevatori Suini), prevede la costituzione di un gruppo formato da 12-15 scrofe e 3 verri destinati esclusivamente alla conservazione della razza. A quasi due anni dall’avvio dell’iniziativa, tuttavia, il progetto non è ancora decollato: il sito destinato a ospitare il nucleo non è stato individuato e l’iter autorizzativo non è stato completato. Per questo il Consorzio sollecita Regione Toscana, Ministero della Salute, Masaf e Commissario straordinario ad adottare rapidamente i provvedimenti necessari.
Sulla stessa linea si è espresso anche Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia, che ha richiamato il valore storico, genetico e produttivo della Cinta Senese Dop, evidenziando come la perdita di una razza autoctona rappresenterebbe un danno non solo per gli allevatori toscani, ma per l’intero sistema italiano delle produzioni Dop e Igp. La vicenda evidenzia una criticità destinata a interessare anche altre razze allevate allo stato brado o semibrado. Se la diffusione della Peste suina africana continuerà nelle aree boscate, la tutela della biodiversità zootecnica rischia di diventare una sfida che va oltre il contenimento sanitario della malattia, coinvolgendo direttamente la conservazione del patrimonio genetico nazionale.