QUARESIMA: SPIRITO E… CARNE
di Alessandro Felis – Agronomo, giornalista, critico enogastronomico
L’Epifania tutte le feste porta via. È la fine delle feste di fine anno, delle vacanze natalizie, e un po’ di malinconia pervade grandi e piccini, anche se sempre più si avverte l’insofferenza delle persone verso un periodo che vorrebbe tutti più buoni ma che vede non poche incomprensioni, tante discussioni nascere nelle famiglie, tra coniugi, genitori e figli, cugini e affini vari, spesso per organizzare cene, cenoni e rinfreschi in modo tale da non dimenticare nessuno e, soprattutto, fare felici tutti.
Così l’Epifania diventa l’agognata conclusione delle celebrazioni familiari e viene spesso accolta come una liberazione. Ma è solo una parentesi, perché se l’Epifania tutte le feste porta via, arriva Carnevale e le feste ricominciano ad arrivare. Questione di pochi giorni.
Il Carnevale è una festa dalle origini antichissime, sicuramente collegata ai Saturnali dell’antica Roma, i cui rituali sono, per quanto possa sembrare strano, legati alla religione cattolica. Difatti, tale nome stava a indicare il banchetto che si teneva l’ultimo giorno prima della Quaresima, periodo di riflessione e mortificazione del corpo e dello spirito che precede la Pasqua.
Carnevale, secondo l’interpretazione più accreditata, sembra derivare dal latino carnem levare, “levare la carne”, peculiarità dell’intero tempo quaresimale, poi ridimensionata ai soli venerdì di questo periodo, il cui inizio (Mercoledì delle Ceneri) e fine (Venerdì Santo) sono caratterizzati dal digiuno e dall’astinenza dalle carni, per l’appunto. Un tempo il Codice di Diritto Canonico prevedeva la privazione della carne per tutti i venerdì dell’anno.
Periodo di festeggiamenti, sfilate, usi e costumi molto diversi da paese a paese, da città a città, eccessi anche e soprattutto, oggi, in cucina, dove dominano i fritti, specie dolci perché ghiotti, invitanti ma anche veloci da preparare, persino per numeri importanti di commensali. Bugie, chiacchiere, frappe, cenci, castagnole, ma anche frittelle di mele e affini, a seconda delle regioni, e piatti consistenti come i fagioli grassi canavesani, che diventano tofeja dal nome del contenitore di coccio ove si cucinano, sono la norma e il biglietto da visita di un periodo in cui la trasgressione, l’esagerazione, erano la regola.
Così, oltre al significato spirituale, la Quaresima, lunga tanto da originare un detto popolare, diventa una necessaria parentesi di purificazione, disintossicazione del nostro organismo – detox, usando un termine oggi molto di moda – dopo l’abbondanza e la ricchezza della mensa carnevalesca.
In passato, specie nelle zone di montagna, lontane dal mare e dove dominavano i capi bovini e suini, i grassi per friggere erano prevalentemente di derivazione animale – lardo, strutto, sugna – e pertanto tali preparazioni venivano bandite dal menù quaresimale. Il divieto era esteso anche ai grassi vegetali perché, per via della componente unta, oleosa, venivano comunque associati al mondo animale, e le norme d’antan non transigevano. Almeno, quasi sempre. Difatti è simpatico ricordare che in Piemonte si concedeva, si tollerava, l’uso di un po’ d’olio per la bagna caoda, vero e proprio piatto della convivialità, la cui importanza sembrava tale da modificare, andare oltre, i dettami imposti dalle gerarchie ecclesiastiche.