RISO AL CENTRO DELLA POLITICA COMMERCIALE DELL’UE

La riunione convocata dall’Ente Nazionale Risi il 6 marzo a Milano certifica l’emersione pubblica di una questione strategica per l’agricoltura europea: la sostenibilità economica della risicoltura comunitaria nel contesto di mercati globali sempre più aperti e di politiche agricole profondamente trasformate negli ultimi vent’anni.

 

L’Italia è  il cuore produttivo del riso europeo. Con circa 235 mila ettari coltivati e una produzione concentrata per oltre il 90% tra Piemonte e Lombardia, il nostro Paese detiene il primato nell’Unione e rappresenta il pilastro di una filiera che integra agricoltura, industria alimentare e export di qualità.  Una parte significativa di questa produzione trova sbocco proprio nel mercato europeo: circa il 33% del riso italiano è destinato ai partner dell’Unione, con flussi importanti verso Francia e Germania, che insieme assorbono oltre 260 mila tonnellate l’anno. 

 

Questo equilibrio costruito in decenni di investimenti produttivi e organizzativi è oggi messo sotto pressione da un doppio fattore. Da un lato, l’aumento delle importazioni da Paesi extra-UE, spesso caratterizzate da costi di produzione molto più bassi; dall’altro, un quadro normativo europeo che negli ultimi cicli di riforma della Pac ha spostato l’asse delle politiche agricole verso gli obiettivi ambientali, riducendo progressivamente gli strumenti di tutela economica dei comparti produttivi.

 

I numeri del commercio internazionale mostrano con chiarezza la portata del fenomeno. Nel 2023 l'UE ha importato circa 2,26 milioni di tonnellate di riso grezzo, equivalenti a circa 1,63 milioni di tonnellate base lavorato secondo Ente Risi (campagna 2022/23), da Pakistan, India, Myanmar, Thailandia e Cambogia per un valore vicino ai 2 miliardi di dollari.  Si tratta di flussi alimentati anche dal regime preferenziale “Everything but Arms”, che consente ai Paesi meno avanzati di esportare nell’UE senza dazi e quote, con l’obiettivo di sostenere il loro sviluppo economico. 

 

Negli ultimi anni proprio l’incremento delle importazioni asiatiche ha riacceso il confronto politico. Già nel 2019 Bruxelles aveva introdotto misure di salvaguardia sul riso Indica proveniente da Cambogia e Myanmar, dopo che un forte aumento delle importazioni aveva causato una perdita significativa di quote di mercato per i produttori europei. 

Tuttavia, secondo diverse analisi tecniche, l’efficacia di questi strumenti è rimasta limitata nel tempo, anche a causa dei meccanismi di progressiva riduzione dei dazi e delle dinamiche di riallocazione dei flussi commerciali. 

 

In questo contesto la risicoltura europea – che complessivamente produce circa 2,5 milioni di tonnellate di riso lavorato a fronte di un consumo interno superiore a 3,5 milioni – continua a dipendere in modo strutturale dalle importazioni per coprire il fabbisogno alimentare del continente.  Una dipendenza che oggi riapre il dibattito sulla sicurezza alimentare e sulla capacità dell’Unione di mantenere una base produttiva agricola solida.

 

Il vertice promosso dall’Ente Nazionale Risi si inserisce quindi in una dinamica più ampia. Non si tratta solo di difendere un comparto agricolo tradizionale, ma di ridefinire l’equilibrio tra politica commerciale, sostenibilità ambientale e redditività delle imprese agricole.

 

Il riso diventa così un caso emblematico per l’intera agricoltura europea. Se la transizione ecologica della Pac non sarà accompagnata da strumenti efficaci di gestione dei mercati e di tutela della competitività interna, il rischio è quello di assistere a una progressiva delocalizzazione produttiva verso Paesi con standard ambientali e sociali più bassi.


A rendere ancora più evidente la fragilità del sistema di tutela del mercato europeo interviene anche il Regolamento di esecuzione (UE) 2026/527, entrato in vigore proprio il 6 marzo, che ha fissato a 30 euro per tonnellata il dazio all’importazione sul riso semigreggio, in riduzione rispetto ai 42,50 euro per tonnellata applicati fino all’autunno scorso.  Si tratta di un adeguamento tecnico previsto dal meccanismo automatico dell’OCM riso, ma il segnale politico che ne deriva è chiaro: mentre la filiera europea denuncia un progressivo deterioramento delle quotazioni e una crescente pressione delle importazioni, il livello di protezione tariffaria del mercato resta estremamente limitato. È anche da questa contraddizione che nasce la richiesta, sempre più condivisa tra i Paesi produttori, di riaprire a Bruxelles il dossier riso e di ripensare gli strumenti di gestione del mercato all’interno della prossima riforma della Pac.

 

La riunione di Milano, in questa prospettiva, assume un valore che va oltre la contingenza della crisi di mercato. Rappresenta il tentativo della filiera risicola europea di costruire una posizione comune e riportare l’agricoltura produttiva al centro del dibattito politico europeo, proprio mentre Bruxelles si prepara a discutere il futuro della Pac dopo il 2027.