RISO BIOLOGICO, MAXI FRODE IN LOMELLINA: SEQUESTRI PER OLTRE 10 MILIONI A 14 AZIENDE

Oltre 10 milioni di euro sottoposti a sequestro preventivo, circa 40.000 tonnellate di riso al centro degli accertamenti e 14 aziende agricole della provincia di Pavia coinvolte. Guardia di Finanza e ICQRF hanno eseguito un provvedimento disposto dal Gip del Tribunale di Pavia nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica. Secondo l’ipotesi investigativa riso commercializzato come biologico sarebbe stato prodotto utilizzando sostanze non consentite dal metodo bio.

 

Il provvedimento è un sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, fino alla concorrenza di oltre 10 milioni di euro. Le ipotesi di reato riguardano la frode nell’esercizio del commercio e la truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e le responsabilità dovranno essere accertate nelle successive fasi giudiziarie.

 

L’indagine partita nel 2023

 

L’attività investigativa è iniziata nel 2023 a seguito di segnalazioni provenienti da FederBio. Al centro delle verifiche sono finite inizialmente anomalie nel rapporto fra superfici coltivate e quantitativi di prodotto biologico dichiarati. FederBio ha spiegato che l’individuazione delle situazioni anomale è avvenuta attraverso l’incrocio delle banche dati disponibili.Secondo Paolo Carnemolla, coordinatore dell’Unità di crisi della Federazione, rispetto a rese del riso biologico indicate nell’ordine di 4-5 tonnellate per ettaro, in alcuni casi i valori risultavano circa doppi. Il dato va interpretato correttamente sotto il profilo agronomico e normativo. Le 4-5 t/ha indicate da FederBio costituiscono un riferimento tecnico utilizzato per individuare le anomalie e non una resa massima stabilita in termini generali dalla normativa europea sull’agricoltura biologica.

 

Il Regolamento (UE) 2018/848, che disciplina la produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici, stabilisce infatti regole relative alle pratiche colturali e all'impiego dei mezzi tecnici, ma non introduce una soglia universale di resa, espressa in tonnellate per ettaro, oltre la quale il riso perda automaticamente la qualifica biologica.

 

Fitofarmaci e fertilizzanti non ammessi

 

Le anomalie produttive hanno dato origine ad accertamenti più approfonditi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, nel corso delle attività sarebbero stati rinvenuti e sequestrati ingenti quantitativi di fitofarmaci e fertilizzanti non ammessi nella produzione biologica, insieme a documentazione extracontabile. Le verifiche hanno compreso anche campionamenti nelle aziende e successive analisi di laboratorio sulle piantine di riso. L’ipotesi investigativa è che alcune produzioni dichiarate biologiche siano state ottenute utilizzando mezzi tecnici incompatibili con il metodo certificato e successivamente commercializzate beneficiando del maggior valore riconosciuto dal mercato al prodotto bio.

 

Circa 40 mila tonnellate di riso


La dimensione economica contestata è rilevante. Gli accertamenti riguardano complessivamente circa 40.000 tonnellate di riso commercializzate come biologicheSecondo gli investigatori, dalla vendita del prodotto al prezzo maggiorato riconosciuto al biologico sarebbero derivati oltre 9,8 milioni di euro di indebiti profittiLa cifra richiede una distinzione importante: i 9,8 milioni non indicano il valore commerciale complessivo delle 40.000 tonnellate di riso, ma il profitto che l’ipotesi accusatoria collega alla commercializzazione del prodotto con la qualifica biologica.

 

A questo importo si aggiungono circa 400.000 euro di contributi pubblici che sarebbero stati indebitamente percepiti attraverso bandi regionali di sviluppo rurale collegati alla Politica agricola comune. Le due componenti portano l’importo complessivamente contestato oltre la soglia dei 10 milioni di euro sulla quale è stato parametrato il sequestro preventivo.

 

FederBio: aziende fermate prima del raccolto 2023

 

FederBio ha precisato che le 14 aziende coinvolte erano già state fermate prima del raccolto 2023 e che quasi tutte sono successivamente uscite dal sistema di certificazione biologica. La Federazione ha inoltre spiegato che, grazie alla collaborazione con gli organismi di certificazione, sarebbe stato possibile ricostruire la tracciabilità delle produzioni precedenti. Secondo FederBio, quindi, il riso riconducibile alle aziende interessate dall’inchiesta non sarebbe più presente sul mercato da tempo. È un elemento importante per distinguere l’accertamento giudiziario sulle produzioni degli anni precedenti dalla situazione attuale della filiera.

 

Il valore economico della certificazione

 

La vicenda interessa direttamente il funzionamento economico del mercato biologico. Il prezzo riconosciuto a una produzione certificata incorpora i vincoli previsti dal metodo produttivo, i costi della certificazione e dei controlli e, in numerose condizioni colturali, una diversa struttura dei costi e delle rese rispetto alla produzione convenzionale. L’eventuale immissione nel circuito biologico di prodotti ottenuti attraverso mezzi tecnici non consentiti determina quindi una distorsione concorrenziale.


Un’azienda che rispetta integralmente il disciplinare sostiene infatti vincoli produttivi che costituiscono parte integrante del valore riconosciuto alla certificazione. La commercializzazione come biologico di produzioni ottenute con tecniche incompatibili con tale metodo può consentire di beneficiare del differenziale di prezzo senza sostenere gli stessi vincoli. A questo si aggiunge il tema degli aiuti pubblici. Le misure della Politica agricola comune destinate all’agricoltura biologica remunerano impegni ambientali assunti dagli agricoltori. L’eventuale percezione degli incentivi in assenza del rispetto delle condizioni previste produce quindi un ulteriore squilibrio rispetto alle imprese che applicano correttamente gli impegni finanziati.

 

Banche dati sempre più importanti nei controlli

 

L’inchiesta pavese evidenzia infine il ruolo crescente dell’analisi dei dati nella prevenzione delle frodi agroalimentari. Superfici certificate, quantità prodotte, rese aziendali, volumi commercializzati, acquisti e utilizzo dei mezzi tecnici e richieste di contributi pubblici costituiscono informazioni che possono essere incrociate per individuare situazioni statisticamente anomale.

Nel caso del riso l’analisi delle rese costituisce un indicatore particolarmente utile, purché venga interpretato insieme alle caratteristiche varietali, pedoclimatiche e agronomiche delle singole aziende.

 

Il controllo analitico e documentale permette poi di verificare se l’anomalia statistica abbia una spiegazione agronomica oppure richieda ulteriori accertamenti. Per il biologico questo sistema di sorveglianza ha anche un valore economico: la credibilità della certificazione sostiene il differenziale di prezzo riconosciuto alle produzioni e tutela le aziende che affrontano i costi e i vincoli previsti dal metodo.

 

Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha ringraziato Procura, ICQRF e Guardia di Finanza per l’operazione, sottolineando il ruolo dei controlli nella tutela degli acquirenti e dei produttori che operano nel rispetto delle regole.