Stretto di Hormuz: quando la geopolitica entra nei conti dell’ortofrutta italiana

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e il conseguente blocco di fatto dello stretto di Hormuz riportano al centro dell’economia agricola europea una variabile spesso sottovalutata nella pianificazione delle filiere: la dipendenza dell’agroalimentare globale dagli equilibri geopolitici e dalla stabilità delle rotte marittime. Il rallentamento dei traffici nel Golfo Persico - uno dei principali snodi energetici e commerciali del pianeta - sta già producendo effetti concreti sull’export ortofrutticolo italiano e sui costi di produzione delle imprese agricole.

 

Il peso economico del comparto

I numeri aiutano a comprendere la portata del problema. L’ortofrutta rappresenta il primo comparto dell’agricoltura italiana: nel 2024 il valore della produzione ha raggiunto 18,9 miliardi di euro, pari a circa il 28% della produzione agricola nazionale, con 258 mila aziende coinvolte e oltre 1,2 milioni di ettari coltivati.

Sul piano commerciale l’export di frutta e verdura — fresco e trasformato — ha superato i 12 miliardi di euro, secondo le elaborazioni Ismea, contribuendo in modo rilevante alla crescita dell’agroalimentare italiano, che ha raggiunto 67 miliardi di euro di esportazioni nei primi undici mesi del 2025.

All’interno di questa dinamica il Medio Oriente rappresenta un mercato strategico per diverse filiere produttive. Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Oman assorbono quote rilevanti di prodotti ad alto valore aggiunto, mentre Dubai svolge un ruolo logistico centrale quale hub di redistribuzione verso l’intera area mediorientale. Le esportazioni italiane di prodotti alimentari e bevande verso gli Emirati superano stabilmente i 300 milioni di euro annui. Il blocco delle rotte nel Golfo colpisce quindi un mercato che vale centinaia di milioni di euro per l’ortofrutta italiana e diversi miliardi per l’intero agroalimentare nazionale.

 

L’aspetto logistico

Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali corridoi energetici mondiali: attraverso di esso transita circa il 20% del petrolio globale, oltre a gas naturale, fertilizzanti e prodotti chimici. Con l’aggravarsi della crisi militare, diverse compagnie di navigazione hanno sospeso o ridotto i transiti verso i porti del Golfo, mentre molte unità sono state deviate su rotte alternative più lunghe, in alcuni casi con la circumnavigazione dell’Africa.

Per l’ortofrutta le conseguenze operative sono immediate. L’allungamento dei percorsi porta i tempi logistici verso alcune destinazioni del Golfo fino a 60-90 giorni, una soglia incompatibile con la conservabilità di molte referenze del fresco. Gli operatori segnalano cancellazioni di ordini, container bloccati nei porti e crescenti difficoltà a programmare nuovi imbarchi con sufficiente certezza commerciale.

Tra i prodotti più esposti figurano mele, kiwi e uva da tavola, tre voci centrali dell’export frutticolo italiano. L’Italia è il principale esportatore mondiale di mele, con un valore delle vendite all’estero pari a 1,17 miliardi di euro e una quota di circa il 16% del commercio globale, secondo i dati Ismea. Una leadership costruita negli anni che dipende in larga misura dalla continuità di accesso ai mercati internazionali.

 

L’effetto sui costi di produzione

La crisi logistica si sovrappone a una pressione sui costi che l’agricoltura italiana si trascina dalla crisi energetica del 2022. L’aumento dei noli marittimi e dei premi assicurativi si traduce in un incremento diretto del costo per pallet esportato, comprimendo ulteriormente i margini delle imprese.

Le tensioni nel Golfo stanno spingendo al rialzo le quotazioni internazionali dell’energia, con effetti immediati su carburanti agricoli, elettricità e riscaldamento delle serre. Il fronte più sensibile resta però quello dei fertilizzanti, il cui costo è fortemente legato al prezzo del gas naturale e ai flussi commerciali che transitano proprio nell’area del conflitto. Secondo Coldiretti in Italia i fertilizzanti costano ancora il 45-46% in più rispetto al periodo precedente alla guerra in Ucraina, mentre i costi energetici restano superiori di circa il 66%. «Il rischio — ha sottolineato il presidente Ettore Prandini — è una nuova impennata dei costi lungo tutta la filiera agroalimentare».

 

Le preoccupazioni di Confagricoltura

Confagricoltura segnala difficoltà operative crescenti per le imprese esportatrici, in particolare per la filiera delle mele. Michele Ponso, presidente della Federazione nazionale frutta dell’organizzazione, evidenzia il principale rischio economico: se la situazione dovesse protrarsi, una parte rilevante dei volumi destinati al Medio Oriente potrebbe essere dirottata verso il mercato europeo o interno. Il risultato sarebbe una saturazione dell’offerta con conseguente pressione al ribasso sui prezzi all’origine, un meccanismo già osservato in occasione di precedenti chiusure di mercato e capace di ridurre rapidamente la redditività delle imprese produttrici.

 

Una vulnerabilità strutturale

La crisi dello stretto di Hormuz evidenzia una fragilità strutturale del sistema agroalimentare globalizzato. La competitività delle filiere ortofrutticole italiane non dipende soltanto dalla qualità delle produzioni o dall’efficienza delle imprese, ma anche dalla stabilità delle rotte marittime, dal costo dell’energia e dalla disponibilità di input produttivi come fertilizzanti e carburanti.

Per le filiere orientate all’export la gestione del rischio geopolitico diventa quindi una componente sempre più rilevante della pianificazione strategica. Diversificazione dei mercati, rafforzamento del ruolo delle organizzazioni di produttori e strumenti finanziari in grado di sostenere la liquidità delle imprese nelle fasi di discontinuità rappresentano alcune delle leve su cui costruire una maggiore resilienza del sistema.