UREA + 80% IN TRE MESI: HORMUZ METTE IN GINOCCHIO I BILANCI AGRICOLI

Tre mesi di guerra nel Golfo Persico hanno lasciato una traccia profonda nei bilanci delle aziende agricole. Le rilevazioni della Banca Mondiale certificate nel Commodity Markets Outlook di aprile 2026, il rapporto di riferimento globale sui mercati delle materie prime,  fotografano uno scenario che non si vedeva dal 2022: l'indice mondiale dei prezzi dei fertilizzanti è cresciuto di oltre il 12% nel solo primo trimestre di quest’anno, raggiungendo ad aprile il livello più alto dall'ottobre 2022, trainato principalmente dalle perturbazioni alle esportazioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz. L'urea ha registrato i rialzi più pronunciati, con incrementi più moderati per le altre tipologie di fertilizzanti.


Il dato puntuale è più eloquente della media: a marzo 2026 il prezzo dell'urea è balzato del 53,7% rispetto a febbraio, toccando i 725,6 dollari per tonnellata, il livello più alto in quattro anni. E il movimento non si è fermato lì: ad aprile i prezzi dell'azoto hanno superato gli 850 dollari per tonnellata, con un rialzo dell'80% rispetto a febbraio e il livello più alto mai registrato da quella data. Su base annua, a fine marzo il rincaro dell'urea sfiorava l'81%.


Perché Hormuz conta così tanto per i campi europei


Il meccanismo di trasmissione dalla crisi militare ai magazzini degli agricoltori non è immediato, ma è potente. Circa la metà dell'offerta mondiale di urea e quasi un terzo dell'ammoniaca transitano normalmente dallo Stretto di Hormuz. Quando lo stretto si è chiuso, la catena si è inceppata su più fronti contemporaneamente: l'Iran ha interrotto la produzione di ammoniaca a causa del conflitto, il Qatar ha sospeso la produzione di urea, ammoniaca e zolfo dopo danni a impianti chiave, e l'India ha ridotto la produzione di urea e ammoniaca per effetto di forniture di GNL ridotte. In parallelo, la Cina ha inasprito le restrizioni all'export per proteggere i propri mercati interni.


Non è solo questione di urea. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo critico anche per lo zolfo, input chiave per la produzione di fertilizzanti fosfatici: in caso di blocchi prolungati, il rischio non riguarda solo l'azoto, ma anche prodotti come MAP (fosfato monoammonico) e DAP. I prezzi del DAP, il fosfato diammonico tra i più diffusi al mondo, sono cresciuti di oltre il 10% ad aprile dopo essere rimasti relativamente stabili nei mesi precedenti, complice anche il raddoppio del prezzo dello zolfo da gennaio.


Le previsioni della Banca Mondiale: + 31% sull'intero 2026


Il quadro complessivo tracciato dalla Banca Mondiale nel Commodity Markets Outlook del 28 aprile è di questa portata: i prezzi dei fertilizzanti sono proiettati a crescere del 31% nel 2026, con un balzo dell'urea del 60%, con implicazioni serie per l'occupazione e lo sviluppo. Si tratta della fiammata energetica più intensa dalla guerra in Ucraina del 2022. La proiezione incorpora un'ipotesi di riapertura progressiva dello Stretto entro fine 2026, ma i rischi restano orientati al rialzo: tensioni prolungate nell'area, ulteriori restrizioni commerciali da parte di grandi esportatori e prezzi del gas più alti del previsto potrebbero spingere l'urea oltre i livelli medi del 2022.


Che cosa succede in Italia: la fotografia delle Borse Merci


L'Italia non è in scarsità strutturale di prodotto, ma i prezzi si sono adeguati con rapidità ai mercati internazionali. Le rilevazioni sulle Borse Merci nazionali dicono che a metà febbraio 2026 l'urea agricola 46% alla Borsa Merci di Torino risultava quotata 580–590 euro per tonnellata. Poi è iniziata la corsa. A fine marzo 2026 l'urea 46% alla piazza di Torino aveva raggiunto gli 810-820 euro per tonnellata, con un rialzo di 20 euro sulla settimana precedente, mentre il nitrato ammonico al 26% toccava i 495-505 euro per tonnellata e il solfato ammonico segnava un +20%.


A maggio si è registrata una parziale correzione, ma i livelli restano ben al di sopra dei valori pre-crisi: l'urea 46% alla Borsa Merci di Torino è rimasta a 815-825 euro per tonnellata, mentre i prezzi dei prodotti azotati sui mercati internazionali, pur in calo rispetto ad aprile, restano significativamente più alti dei valori di fine febbraio.


Un elemento strutturale aggrava il quadro per il mercato italiano: nel 2025 l'Italia ha importato 1,121 milioni di tonnellate di urea. L'Egitto copre da solo il 62% dei volumi, l'Algeria l'11% e la Russia l'8%: quasi tre quarti dell'urea che entra in Italia arriva dal Nord Africa. Un dato che in questo momento gioca a favore, perché le rotte nordafricane non transitano per Hormuz, ma che espone comunque il mercato italiano alle fluttuazioni internazionali dei prezzi.


Il conto per le aziende agricole italiane


Confagricoltura stima costi aggiuntivi per 2 miliardi di euro per le aziende agricole italiane, con pesanti ricadute sulle semine di marzo e sulle esportazioni di ortofrutta verso l'area asiatica. Secondo Felice Adinolfi (Centro Studi Divulga) energia e fertilizzanti rappresentano ormai il 25% dei consumi intermedi delle aziende italiane.


Coldiretti ha denunciato che la chiusura di Hormuz ha ritardato la disponibilità di fino a 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese a livello globale, mettendo a rischio la produttività agricola, e che l'aumento incontrollato dei concimi, unito a quello del gasolio agricolo, sta impattando pesantemente sulle aziende italiane.


Sul fronte europeo il commissario europeo all'Agricoltura Christophe Hansen ha riconosciuto che i prodotti azotati costano circa il 70% in più rispetto alla media del 2024 e che l'accessibilità economica è ai minimi dal 2022, mentre le principali organizzazioni agricole italiane - Confagricoltura, Coldiretti e Cia - giudicano insufficienti i piani europei finora presentati per far fronte alla crisi.


L'aggravante strutturale: il CBAM


A peggiorare le prospettive si aggiunge una variabile normativa. Dal 1° gennaio 2026 il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) è entrato nel regime definitivo, con l'avvio degli obblighi finanziari per gli importatori di fertilizzanti azotati ad alta intensità carbonica. Per l'urea, che proviene quasi interamente da Paesi extra-UE, questo si traduce in un ulteriore costo aggiuntivo che si somma ai rincari di mercato. Un secondo strato di pressione sui bilanci agricoli in un momento già critico.


Le prospettive: un'attenuazione graduale, ma la pressione resta

La Banca Mondiale prevede che i prezzi dell'urea si attenueranno nel 2027, man mano che le esportazioni mediorientali si ripristineranno e i prezzi del gas modereranno. Ma il rincaro di oggi può diventare l'inflazione alimentare di domani. I fertilizzanti non incidono solo sui conti degli agricoltori: determinano quantità e qualità dei raccolti. Se diventano troppo costosi o arrivano in ritardo, gli agricoltori ne riducono l'uso, con effetti su rese, offerta e prezzi finali. La FAO ha già avvertito che la minore disponibilità di ammoniaca, urea, fosfati e zolfo può colpire nei prossimi 6-9 mesi colture di base quali grano, mais e riso.


Una crisi che si è aperta al largo dello Stretto di Hormuz e che arriva puntualmente nei campi italiani, sotto forma di listini di fertilizzanti che non si vedevano da quattro anni.