VENTI DI CRISI SULLA VITIVINICOLTURA PIEMONTESE

Il comparto vitivinicolo piemontese attraversa una fase che alcuni rappresentanti dei consorzi di tutela hanno definito, in audizione il 18 febbraio presso la III Commissione del Consiglio regionale presieduta da Claudio Sacchetto, paragonabile per gravità alla crisi finanziaria del 2008 o all’emergenza pandemica del 2020. Non si tratta di una flessione congiunturale. I numeri indicano una tensione strutturale tra produzione, mercato e redditività.

 

Produzione in calo, giacenze in aumento: il segnale più critico

 

Nel 2025 la produzione piemontese ha registrato una contrazione del 4% sia rispetto al 2024,  sia rispetto alla media dell’ultimo quinquennio. Il dato, isolato, potrebbe suggerire un riequilibrio naturale dell’offerta. La dinamica delle giacenze racconta altro.

A livello nazionale le scorte hanno superato i 61 milioni di ettolitri, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. In Piemonte, nonostante la minore produzione, le cantine risultano congestionate. L’aumento delle rimanenze costituisce un indicatore chiaro di difficoltà di assorbimento da parte del mercato. Quando le giacenze crescono da un anno all’altro, il sistema segnala un rallentamento delle vendite e una pressione ribassista sui prezzi.

 

Il risultato è visibile sul mercato delle uve: riduzioni tra il 15% e il 30%, con punte del -27% per il Barbaresco, del -22% per il Nebbiolo d’Alba, del -28% per il Langhe Nebbiolo, fino al -30% per le uve di Barbera d’Asti diradate e selezionate. Arneis e Dolcetto registrano cali compresi tra il -14% e il -21%. La compressione dei prezzi in presenza di minori rese rappresenta un doppio shock per le aziende: riduzione dei volumi e contrazione della remunerazione unitaria.

 

Contrazione dei consumi e tensioni sull’export

 

I consorzi segnalano un calo progressivo dei consumi negli ultimi cinque anni, con un’accelerazione nel 2025. La riduzione stimata del 7% delle esportazioni verso i Paesi extra-UE dimostra la vulnerabilità del comparto a fattori geopolitici e psicologici.

La dinamica è coerente con un mercato internazionale più selettivo, orientato a ridurre i consumi di vino nei segmenti intermedi, mentre cresce la competizione di altri Paesi produttori e si rafforza la pressione normativa e culturale sui consumi di alcol. Le campagne di organismi internazionali che equiparano il vino ad altre bevande alcoliche sotto il profilo sanitario hanno inciso sul clima generale, contribuendo a un contesto reputazionale più complesso.

 

Il nodo strutturale: equilibrio tra offerta e domanda

 

Le audizioni hanno evidenziato la necessità di “decongestionare” il mercato. Le proposte spaziano dalla distillazione delle eccedenze a strumenti di gestione dell’offerta, fino a interventi di promozione mirati per denominazioni in maggiore sofferenza come Barbera, Dolcetto, Cortese e Moscato. Nel dibattito politico emergono posizioni convergenti sulla gravità della situazione, pur con accenti differenti. Il centrosinistra in Consiglio regionale chiede l’istituzione immediata di un tavolo regionale di crisi, sottolineando la natura strutturale del fenomeno e stimando, per alcune tipologie, l’esigenza di eliminare decine di migliaia di ettolitri di prodotto. Esponenti della maggioranza richiamano la necessità di misure urgenti a sostegno delle cantine cooperative, più esposte all’accumulo di stock, e di un rafforzamento della promozione territoriale.


Le giacenze eccessive riducano la liquidità disponibile per remunerare i viticoltori, con effetti diretti sulle famiglie e sull’equilibrio delle aree collinari. Il tema della liquidità costituisce un punto centrale: immobilizzare vino in cantina significa immobilizzare capitale.

 

Manodopera e cambiamento climatico: fattori amplificatori

 

Alla crisi di mercato si sommano due variabili strutturali.


La prima è la carenza di manodopera. La difficoltà nel reperire lavoratori per le vendemmie e le operazioni colturali aumenta i costi e riduce la capacità di programmazione. In territori a forte frammentazione aziendale, la mancanza di forza lavoro incide direttamente sulla qualità e sulla tenuta del paesaggio agrario.


La seconda è il cambiamento climatico. Eventi un tempo eccezionali si ripetono con frequenza crescente, modificando rese, maturazioni e costi di gestione. La viticoltura piemontese, basata su denominazioni di alta identità territoriale, affronta un equilibrio agronomico sempre più delicato.

 

Una crisi di sistema

 

Il vino in Piemonte rappresenta economia, export, turismo, presidio ambientale, identità culturale. La crisi attuale evidenzia la fragilità di un modello fortemente dipendente dai mercati internazionali e da una domanda che evolve più rapidamente dell’offerta.

L’accumulo di scorte e la caduta dei prezzi indicano che l’attuale struttura produttiva eccede la capacità di assorbimento del mercato in determinati segmenti. La risposta richiede strumenti di breve periodo per stabilizzare il reddito e misure di medio-lungo periodo orientate a una programmazione più rigorosa delle superfici e delle rese, una diversificazione dei canali commerciali, il rafforzamento della promozione internazionale su mercati ad alto valore, l’integrazione tra vino, turismo e cultura territoriale e a un’innovazione organizzativa nelle cooperative.

 

La viticoltura piemontese ha dimostrato in passato capacità di adattamento. La fase attuale impone lucidità analitica e disciplina strategica. La resilienza non nasce da dichiarazioni, ma da scelte coerenti tra produzione, mercato e narrazione del prodotto. Le cantine piene costituiscono un dato tecnico e la risposta dev’essere altrettanto tecnica. Solo ristabilendo un equilibrio sostenibile tra offerta e domanda il comparto potrà recuperare redditività e stabilità.