di Alessandro Felis – Agronomo, giornalista, critico enogastronomico https://www.latocritico.it/

La terza edizione del Salone del Vermouth di Torino si è appena conclusa nella storica cornice di Palazzo Carignano. Evento nell’evento, quest’anno, la celebrazione dei 240 anni della nascita del vermouth moderno.
Si dice infatti che sia nel 1786 che Antonio Benedetto Carpano, dipendente della liquoreria dei fratelli Marendazzo (o Merendazzo?), abbia formulato la ricetta moderna del vino aromatizzato dal nome teutonico. Il più torinese dei vini origina da un biellese e porta un nome tedesco.
Antonio Benedetto Carpano nasce a Bioglio, oggi provincia di Biella, il 24 novembre 1751. Di famiglia benestante può permettersi di studiare e i suoi interessi spaziano dalla letteratura alla botanica e all’agronomia, fino all’alchimia, di cui carpisce le fondamenta da alcuni monaci delle sue valli. Successivamente si trasferisce a Torino dove nella bottega dei suoi datori di lavoro, sita sotto i Portici di Piazza della Fiera (ora Piazza Castello), angolo Via della Palma (ora Via Viotti), lavora sulle botaniche, le ricette e produce quello che è considerato il padre di tutti i vermouth.
Un breve giro nelle sale del Museo del Risorgimento ha permesso di verificare che, oggi, non ci sono solo le distillerie storiche a produrlo né tantomeno i grandi marchi conosciuti nel mondo intero a diffonderlo. È difficile, in Piemonte, trovare una cantina che non usi uno dei propri vini come base per arricchirlo di alcol, zucchero e botaniche macerate nell’alcool. I vini di base per i vermouth bianchi sono bianchi ma… non sempre sono rossi quelli per i vermouth rossi. Spesso, infatti, sono vini bianchi arricchiti di caramello. Siamo tornati a quel fermento che già dopo la scoperta dell’America, quando ancora si parlava di vini ippocratici, vedeva le formule arricchirsi man mano che i velieri, approdando a Venezia o a Genova, scaricavano spezie sconosciute scoperte in contrade lontane.
L’Indicazione geografica Vermouth di Torino prevede l’impiego di vini di produzione nazionale. La menzione Superiore richiede una gradazione alcolica minima del 17% vol., l’utilizzo di almeno il 50% di vini piemontesi e l’impiego di una quota di specie vegetali coltivate e/o raccolte in Piemonte.
Base essenziale dei cocktail, intrigante bevuto in purezza, il preparato torinese vive un periodo entusiasmate. Sono passati 240 anni e sta vivendo un periodo di assoluta popolarità, come mai in precedenza. Un fenomeno largamente di moda e, quindi, ahimè, pienamente dipendente da essa, il suo consumo è diventato fenomeno sociale con successi, anche commerciali, superlativi. La gente si accalca nei bar e negli eventi per ritrovare il piacere di un rito che a Torino non è mai stato dimenticato. Fin dai tempi in cui Edmondo De Amicis (1846 – 1908) raccontava che “Torino ha l’ora del vermut, l'ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo. Allora le scuole riversano per le strade nuvoli di ragazzi, dagli opifici escono turbe di operai, i tranvai passano stipati di gente, gli equipaggi s'inseguono, le botteghe dei liquoristi s'affollano...”.
Possiamo dire che la descrizione dell’aperitivo serale visto dall’autore di Cuore calza con quanto succede oggi e che smentisce platealmente quanto affermava il medico toscano Villifranchi, pochi anni prima, nel 1773 per l’esattezza, che prevedeva vita breve per questa "bevanda talmente poco alcolica da non incontrare favori".