MOBRICI, CONSORZIO BARBERA D'ASTI: SERVE UNA STRATEGIA, NON POSSIAMO CONTINUARE A RINCORRERE IL MERCATO



L'aumento delle giacenze è il sintomo di un problema più profondo. Secondo Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato e responsabile viticolo di Bersano, il Piemonte deve affrontare una riflessione complessiva sulla programmazione della viticoltura, sulla gestione delle denominazioni e sulle strategie di sviluppo. Nell'intervista che segue analizza le criticità del settore e indica alcune possibili direttrici per il futuro.

 

Presidente, l'aumento delle giacenze è soltanto un problema congiunturale oppure siamo davanti a un cambiamento strutturale?

“Credo che stiamo vivendo un momento molto difficile e non so sinceramente quando finirà. Dobbiamo essere realisti: il mondo del vino sta cambiando, cambiano i consumi, cambiano le tendenze internazionali e noi, soprattutto in Piemonte, dobbiamo cercare di adeguarci in fretta ai nuovi scenari”.

 

Secondo molti il Piemonte ha impiantato troppi vigneti. È d'accordo?

“No. Il problema non è aver piantato troppo. Il problema è aver piantato male. I nostri 45-46 mila ettari di vigneto non sono un'esagerazione se confrontati con il Veneto, che sfiora i 100 mila ettari. La vera domanda è un'altra: che cosa abbiamo impiantato? Con quale strategia? Chi ha governato queste scelte?

Per anni abbiamo rincorso il mercato. Quando tirava il Moscato si piantava Moscato. Quando cresceva l'Alta Langa si piantavano vigneti per Alta Langa. Poi è arrivato il Nebbiolo e tutti hanno piantato Nebbiolo. Così oggi ci ritroviamo con eccedenze anche dove fino a pochi anni fa sembrava impossibile”.

 

Quindi è mancata una vera programmazione?

“Esattamente. A mio giudizio in Piemonte non c'è mai stata una vera pianificazione della viticoltura. Ogni fase positiva del mercato ha generato nuove superfici senza una riflessione complessiva sulla capacità futura di assorbimento del prodotto. È mancata una regia”.

 

Lei individua anche un altro problema: l'eccessiva sovrapposizione tra le denominazioni.

“Sì, ed è probabilmente uno degli aspetti più critici. In Piemonte quasi ovunque si può produrre di tutto. Nelle stesse aree si possono fare Barbera d'Asti, Piemonte Barbera, Monferrato, Piemonte, Nizza, Dolcetto, Freisa, Grignolino, Ruchè e molte altre denominazioni.

Questo rende estremamente complicata qualsiasi gestione dell'offerta. In altre regioni funziona diversamente. In Valpolicella, in linea di massima, si produce Valpolicella. Nell'area del Prosecco si produce Prosecco. In Toscana le grandi denominazioni hanno territori molto più definiti. Da noi, invece, la stessa zona può dare origine a numerose denominazioni diverse. Governare un sistema così diventa molto più difficile”.

 

C'è una denominazione che, secondo lei, rappresenta un modello positivo?

“Il Gavi. Probabilmente è l'unica realtà piemontese che sono riusciti a gestire bene. Lì si produce essenzialmente Gavi. L'identità della denominazione è chiara e il mercato la riconosce immediatamente. Questa specializzazione ha consentito di mantenere un migliore equilibrio tra produzione e domanda”.

 

 

Chi dovrebbe assumere il ruolo di regia? I Consorzi? Le organizzazioni professionali?

“Secondo me il soggetto che può svolgere questo ruolo è la Regione Piemonte.

Serve una regia politica che coinvolga tutti gli attori della filiera: Regione, consorzi, organizzazioni professionali, cooperative, produttori. Io continuo a pensare che il Piemonte abbia bisogno di veri Stati Generali del vino, capaci di definire una strategia comune per i prossimi anni”.

 

 

Anche il sistema delle denominazioni andrebbe rivisto?

“Credo di sì. Prendiamo il Dolcetto: in Piemonte esistono dodici denominazioni diverse. Ha ancora senso? Forse sarebbe più razionale concentrare gli sforzi su poche denominazioni forti, facilmente riconoscibili dal consumatore, invece di frammentare continuamente l'offerta”.

 

La Barbera d'Asti è tra le denominazioni più importanti del Piemonte. Anche qui è mancata programmazione?

“Per molti anni sì. È paradossale che una delle principali denominazioni piemontesi non abbia avuto strumenti efficaci di gestione dell'offerta. Continuare a piantare senza chiedersi se il mercato è in grado di assorbire quella produzione significa esporsi inevitabilmente a situazioni come quella che stiamo vivendo oggi”.

 

 

Lei guarda con interesse anche ad altri modelli produttivi italiani.

“Certamente. Penso, per esempio, al sistema adottato nel Prosecco. Hanno costruito strumenti molto flessibili per modulare le produzioni in funzione dell'andamento del mercato. Nel frattempo hanno sviluppato anche un'altra grande filiera come quella del Pinot Grigio. Basta guardare i numeri: il solo Pinot Grigio del Triveneto arriva a circa 227 milioni di bottiglie, praticamente quanto l'intera produzione certificata piemontese, che si aggira sui 250 milioni di bottiglie. Sono dati che fanno riflettere”.

 

Alle difficoltà del mercato si aggiungono i cambiamenti climatici.

“È un'altra sfida che non possiamo più rinviare. Dobbiamo chiederci se la viticoltura piemontese, così come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi, sarà ancora sostenibile nei prossimi decenni.

Bisogna affrontare seriamente il tema dell'irrigazione e degli invasi. L'acqua c'è, ma dobbiamo imparare a trattenerla. Non possiamo continuare a lasciarla defluire nei fiumi e poi arrivare ogni estate a rincorrere l'emergenza”.

 

La Regione Piemonte ha annunciato un intervento economico a sostegno del comparto. Come giudica questa iniziativa?

“Lo sforzo della Regione è sicuramente apprezzabile e va riconosciuto. Adesso però bisogna capire concretamente come verranno utilizzate queste risorse. Non abbiamo ancora avuto un confronto tecnico con gli uffici regionali per definire le modalità operative.

È fondamentale capire se i contributi saranno collegati alla commercializzazione, alle vendite o ad altri strumenti di sostegno. Le cifre sono state annunciate. Adesso serve costruire insieme il meccanismo più efficace per aiutare davvero le imprese”.