RELAZIONE ANNUALE IRES: IL PIEMONTE È RESILIENTE MA RALLENTA. AGRICOLTURA TRA COSTI IN SALITA E TENUTA DELL'EXPORT
L'IRES Piemonte ha presentato ieri la Relazione Annuale 2026 "Piemonte Economico Sociale", intitolata quest'anno "Il tempo della trasformazione". Il documento, che l'Istituto pubblica ogni anno per legge regionale, restituisce come di consueto un quadro d'insieme dell'economia, della società, della salute e del territorio piemontesi, affiancando ai dati congiunturali una lettura di scenario più ampia. All’agricoltura piemontese la Relazione dedica un capitolo specifico, inserito nella sezione Economia, che merita una lettura a parte.
Il quadro generale: un "piano inclinato"
L'immagine che l'IRES propone del Piemonte 2025 è quella di una regione che regge, pur rallentando. I consumi delle famiglie sono saliti dell'1,3%, gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 4,2%, un ritmo superiore alla media nazionale, e le esportazioni regionali sono tornate a salire del 2,7% nonostante i dazi statunitensi e le difficoltà dell'industria automobilistica tedesca, principale mercato di sbocco per la manifattura piemontese. Il turismo ha segnato un nuovo record, con oltre 6,7 milioni di visitatori, mentre la popolazione residente si è mantenuta sostanzialmente stabile a 4.255.006 abitanti grazie ai flussi migratori, nonostante la bassa natalità.
Dietro questa "istantanea" incoraggiante, l'Istituto individua però un problema strutturale che definisce, con un'immagine efficace, un "piano inclinato": il sistema regionale non arretra in termini assoluti, ma perde progressivamente posizione relativa rispetto alle economie più dinamiche del Nord e ai benchmark europei. La causa principale non sarebbe tanto la contrazione demografica della popolazione in età lavorativa, quanto un divario di produttività per ora lavorata, concentrato soprattutto nei servizi, ormai componente preminente dell'economia regionale. La manifattura mantiene efficienza ma perde addetti, complice la crisi dell'automotive.
Per il 2026 le previsioni Prometeia, riprese dalla Relazione, indicano per il Piemonte una crescita del PIL dello 0,4%, in linea con le altre regioni del Nord ma rivista al ribasso rispetto alla stima autunnale dello 0,7%. Gli investimenti fissi lordi dovrebbero crescere dell'1,8%, i consumi delle famiglie dello 0,7%, le esportazioni regionali dello 0,7%, con un'accelerazione attesa al 2,4% annuo nel biennio successivo. Il tasso di disoccupazione è previsto in lieve calo al 6,1%. Di fronte a questo scenario, l'IRES propone quella che chiama la "Via Alta": un percorso di sviluppo basato sulla qualificazione delle filiere produttive, sul rafforzamento dei servizi avanzati e sulla diffusione delle competenze tecniche e digitali, alternativo sia alla competizione sui costi sia alla semplice difesa delle specializzazioni tradizionali.
Il capitolo sull'agricoltura piemontese
La sezione dedicata al settore primario si apre inquadrando il contesto internazionale che ha attraversato il 2025 e i primi mesi del 2026: l'instabilità geopolitica legata ai fronti russo-ucraino e mediorientale, le nuove politiche commerciali statunitensi con dazi fino al 15% sulle merci UE, e soprattutto lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran a inizio 2026. Secondo la Relazione, il blocco dello Stretto di Hormuz di febbraio 2026 ha avuto ripercussioni dirette sul settore agricolo piemontese: attraverso quel corridoio transita infatti oltre il 35% dei prodotti a base di ammoniaca impiegati dall'industria dei fertilizzanti, e il conseguente shock ha fatto salire il prezzo dell'urea del 20% a marzo 2026, con i costi di produzione delle coltivazioni cresciuti complessivamente del 6,1% tra febbraio e marzo, mettendo a rischio le semine primaverili.
Sul fronte dell'export la filiera agroalimentare piemontese ha invece chiuso il 2025 con un risultato definito "ottimo" dalla Relazione: crescita dell'8,9% a prezzi correnti, oltre 10,2 miliardi di euro di valore, con un peso sull'export regionale complessivo salito dal 15,6% al 16,5%. Le tensioni sui mercati mediorientali hanno tuttavia penalizzato il comparto delle bevande, che vale circa il 28% dell'export agroalimentare regionale e che nel 2025 è stato l'unico a registrare un calo, dello 0,9%. Le importazioni di prodotti agricoli sono invece aumentate del 37,1% a prezzi correnti, con un balzo del 68% degli acquisti di animali vivi dopo alcuni anni di flessione.
Sul piano strutturale i dati Movimprese riportati dall'IRES fotografano un settore in contrazione: 45.919 aziende agricole attive a fine 2025, in calo del 2,3% rispetto al 2024, per una SAU complessiva di 904.261 ettari (-0,9%), ripartita tra il 63% di seminativi, il 26% di prati permanenti e pascoli e l'11% di colture permanenti, in prevalenza vite e fruttiferi. Il calo del numero di imprese, fisiologico da anni per effetto della concentrazione fondiaria, si è intensificato a partire dal 2023: dal -1,2% medio annuo del triennio 2020-2022 al -2,3% del triennio 2023-2025, un'accelerazione che la Relazione attribuisce all'aumento dei costi produttivi e alla conseguente riduzione della redditività. Gli addetti del settore primario restano invece sostanzialmente stabili intorno alle 70.000 unità, con una composizione interna che cambia: calano gli autonomi (-7,2% negli ultimi cinque anni) e cresce la componente dipendente (+11%).
Sul fronte delle coltivazioni la campagna cerealicola 2024/2025 viene descritta come nel complesso negativa per gli squilibri climatici, con semine in calo per frumento tenero (-14%) e orzo (-12,7%) e rese di mais inferiori alle previsioni per una primavera fredda e piovosa seguita da ondate di calore estive. Diverso l'andamento della risicoltura, favorita da un clima privo di eventi estremi e da semine in crescita del 4,6%. La frutticoltura ha scontato scottature e deficit idrico sulla frutta estiva, con raccolti migliori per i prodotti più precoci come ciliegie e albicocche. Nel vitivinicolo, il calore estivo ha anticipato la vendemmia favorendo una buona maturazione delle uve, ma con rese inferiori alla media, in particolare nelle Langhe e nel Roero, dove le punte di calore sono state più marcate e l'apporto idrico più difficoltoso.
Per gli allevamenti la Relazione segnala che in Piemonte è concentrato il 14,1% del patrimonio bovino nazionale, con 10.467 allevamenti censiti al 30 dicembre 2025, di cui 8.365 specializzati nella linea carne. La Razza Piemontese resta la più diffusa, con 262.461 capi. Sul fronte dei prezzi, i dati citati indicano rincari significativi per vitelli da ristallo (+49,8% sul 2024) e vitelloni (+23%), legati al calo dell'offerta produttiva europea e al rincaro dei capi da ristallo esteri. Nel comparto lattiero-caseario prosegue la concentrazione aziendale, con la produzione di latte vaccino cresciuta del 5,1%, mentre il prezzo medio alla stalla, dopo un rialzo del 20% tra inizio 2024 ed estate 2025, è sceso sotto i 50 euro per 100 litri nei primi mesi del 2026. Il comparto suinicolo, pur in forte riduzione nel numero di aziende (-52% in dieci anni), ha visto crescere le consistenze medie del 210%, con indici di redditività 2025 sostenuti dal calo dei costi energetici, nonostante prezzi all'origine dei suini pesanti in flessione dell'11%. In crescita anche la redditività del comparto avicolo, sia per la carne sia per le uova, il cui prezzo medio all'origine è salito del 14%.
La Relazione richiama infine, nella parte dedicata agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030, un elemento di vulnerabilità del posizionamento piemontese legato proprio al settore primario: gli indicatori relativi alla diffusione dell'agricoltura biologica e ai fenomeni di frammentazione del territorio naturale e agricolo pesano sul risultato regionale in tema di sostenibilità delle produzioni agricole, in un quadro che l'Istituto invita comunque a leggere con cautela, trattandosi di indicatori sentinella parziali rispetto alla complessità dei fenomeni osservati.