AGROALIMENTARE, EXPORT RECORD OLTRE 72 MILIARDI. IL CREA: L’EUROPA TRAINA, MA CRESCE IL COSTO DELLE MATERIE PRIME

L’export agroalimentare italiano raggiunge nel 2025 il nuovo massimo storico di 72,03 miliardi di euro, in crescita del 5,6% sull’anno precedente e quasi doppio rispetto a dieci anni fa. Ma dietro il record delle vendite emerge un quadro più articolato: le importazioni aumentano del 10,1%, fino a 72,45 miliardi, riportando la bilancia agroalimentare in lieve deficit per 426 milioni. L’Unione europea consolida il ruolo di principale mercato, mentre gli Stati Uniti arretrano sotto l’effetto della nuova politica tariffaria. È la fotografia del Rapporto CREA “Commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari 2025”, presentato ieri a Roma dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia.

 

«Oltre 72 miliardi di euro di export agroalimentare confermano che il Made in Italy è una delle grandi forze trainanti dell’economia nazionale», ha sottolineato il sottosegretario al Masaf Patrizio Giacomo La Pietra, richiamando la capacità delle filiere di mantenere competitività e diversificare i mercati in una fase segnata da tensioni geopolitiche, dazi e incertezza. Il CREA aveva anticipato che l’edizione presentata il 9 settembre avrebbe dedicato specifici approfondimenti agli Stati Uniti e al Mercosur, oltre a un’anticipazione sull’andamento dei primi cinque mesi del 2026.

 

Il dato centrale riguarda il peso ormai assunto dall’agroalimentare nell’economia nazionale. Nel 2025 il settore genera l’11,2% dell’intero export italiano e il 12,2% delle importazioni. Le vendite all’estero sono aumentate di oltre 20 miliardi negli ultimi quattro anni. La crescita riguarda sia i valori sia le quantità: secondo le elaborazioni CREA su dati Istat, i volumi esportati aumentano del 3,8%, mentre quelli importati del 4,5%. Una parte consistente dell’aumento dell’import deriva però dai prezzi internazionali delle materie prime, condizionati negli ultimi anni dalle crisi geopolitiche, dalle anomalie climatiche e dalle tensioni sulle commodity.

 

Proprio l’approvvigionamento rappresenta uno dei punti più sensibili. Le importazioni agroalimentari sono cresciute di 6,6 miliardi in un solo anno, molto più rapidamente delle esportazioni. Il settore primario registra un aumento dell’import superiore al 18%, mentre quello dell’industria alimentare cresce del 7,6%. Particolarmente sostenuti risultano gli acquisti dal Sud America, +21,7%, e dall’Africa non mediterranea, +41,4%, soprattutto per caffè e cacao greggio, mangimi, carni bovine e prodotti ittici. È la conferma della struttura tipica dell’agroalimentare italiano: approvvigionamento anche internazionale di materie prime e forte capacità dell’industria di trasformarle in alimenti a maggiore valore aggiunto destinati ai mercati esteri.

 

L’Unione europea rafforza il suo peso

 

La geografia dell’export mostra con particolare chiarezza il ruolo del mercato unico. L’UE assorbe il 59,5% delle esportazioni agroalimentari italiane, per 42,86 miliardi di euro, con una crescita dell’8,1%. Dall’Unione proviene inoltre il 69,5% dell’import, pari a 50,32 miliardi. Il Rapporto evidenzia così un’integrazione produttiva europea che riguarda materie prime, semilavorati e prodotti finiti.

La Germania rappresenta il primo cliente, con 11,1 miliardi e una quota del 15,4% dell’export, davanti alla Francia con 8,02 miliardi. Gli Stati Uniti scendono al terzo posto con 7,55 miliardi. Particolarmente dinamica è l’Europa centro-orientale: le vendite in Polonia crescono del 18,7%, quelle in Repubblica Ceca del 14%, in Romania dell’11,2%. La Spagna registra un +12,9%. Il solo mercato polacco supera ormai 2,3 miliardi di euro, oltre un miliardo in più rispetto al 2021.

 

Stati Uniti, primo effetto dei dazi

 

Il mercato americano costituisce il principale elemento di discontinuità. Dopo anni di crescita, nel 2025 l’export agroalimentare verso gli Stati Uniti diminuisce del 4,2% in valore, pur con quantità in aumento del 2,8%. La flessione si concentra nella seconda parte dell’anno: nel secondo semestre le vendite scendono del 13,4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il CREA collega la dinamica all’aumento delle tariffe statunitensi e alle strategie adottate da importatori e imprese per assorbirne gli effetti. Il focus USA era stato indicato dallo stesso istituto come uno dei temi centrali della nuova edizione del Rapporto.

 

L’impatto cambia molto tra le filiere. L’olio extravergine di oliva esportato negli USA scende del 27,9%, a 568 milioni, mentre i vini rossi e rosati DOP perdono il 12,9% e i bianchi DOP il 6,2%. Liquori e distillati arretrano del 14,9%. Al contrario, Grana Padano e Parmigiano Reggiano crescono del 21%, i prodotti dolciari a base di cacao del 28,4% e il caffè torrefatto del 26,9%. Gli Stati Uniti restano quindi un mercato strategico e altamente remunerativo, ma il 2025 mostra concretamente il rischio derivante dall’esposizione tariffaria.

 

Il Rapporto indica infine nella diversificazione geografica una delle leve decisive per la competitività futura. Europa centro-orientale, Mediterraneo e alcuni mercati asiatici stanno ampliando gli spazi per le produzioni italiane, mentre Sud America e Africa acquistano maggiore importanza nell’approvvigionamento delle commodity. In questo scenario il record dei 72 miliardi misura la forza commerciale dell’agroalimentare italiano, ma il ritorno del deficit di settore e la crescente dipendenza estera per diverse materie prime richiamano l’attenzione sulla competitività dell’intera filiera: dalla produzione agricola alla trasformazione, fino alla capacità di presidiare mercati internazionali sempre più condizionati da politiche commerciali, prezzi e rischi geopolitici.