AGROALIMENTARE, LA TRANSIZIONE ENERGETICA VALE COMPETITIVITÀ: L’AGRICOLTURA PRODUCE GIÀ OLTRE 3.100 GWH DI FOTOVOLTAICO
Oltre 6.600 GWh di elettricità consumati dall’agricoltura, più di 14.300 GWh dall’industria alimentare e delle bevande e, dall’altra parte, oltre 3.100 GWh prodotti nel 2024 dagli impianti fotovoltaici installati nelle aziende agricole. Sono i numeri dai quali RSE - Ricerca sul Sistema Energetico e CREA sono partiti per mettere a fuoco il ruolo dell’energia nella competitività futura dell’agroalimentare italiano.
Il tema è stato al centro dell’incontro “Le sfide del settore agroalimentare verso la transizione energetica”, organizzato il 29 settembre a Roma da RSE e CREA, con il confronto tra ricerca, istituzioni e imprese e il coinvolgimento, tra gli altri, di MASE, MASAF, ISMEA, GSE, Enel e BF. L’obiettivo è individuare tecnologie e strategie capaci di ridurre i consumi e le emissioni e, contemporaneamente, migliorare la sostenibilità economica delle aziende.
Il punto centrale è infatti economico oltre che ambientale. Secondo gli ultimi Conti economici dell’agricoltura dell’Istat, nel 2025 l’energia è costata al settore agricolo circa 4,7 miliardi di euro, all’interno di consumi intermedi complessivi superiori a 32 miliardi. La voce energetica ha inoltre registrato un incremento del 7,4% in volume. Nello stesso anno l’agricoltura italiana ha generato 75,2 miliardi di euro di produzione e 43,1 miliardi di valore aggiunto; considerando anche silvicoltura, pesca e industria alimentare, il valore aggiunto dell’intero sistema agroalimentare ha raggiunto 89 miliardi di euro, pari al 4,4% del totale nazionale.
Ridurre il fabbisogno energetico per unità di prodotto e aumentare l’autoproduzione significa quindi intervenire direttamente sui costi aziendali. Il MASAF stima che i costi energetici rappresentino oltre il 20% dei costi variabili delle aziende agricole, con incidenze ancora maggiori in alcune produzioni. Da qui l’attenzione verso fotovoltaico, agrivoltaico, biogas e biometano, ma anche verso elettrificazione, digitalizzazione e agricoltura di precisione. RSE propone un modello fondato sull’integrazione di energia, innovazione e sostenibilità economica e sociale, con l’obiettivo di aumentare l’autonomia delle imprese e la resilienza delle filiere.
Un capitolo importante riguarda la valorizzazione energetica dei sottoprodotti agricoli e degli scarti agroalimentari. Secondo l’amministratore delegato di RSE Franco Cotana, il potenziale del biometano potrebbe arrivare fino a 10 miliardi di metri cubi l’anno. Si tratta di una stima di potenziale, non della produzione attuale, che indica tuttavia la dimensione attribuita a questa fonte nello sviluppo futuro delle bioenergie. RSE richiama anche la possibilità di utilizzare oli vegetali esausti e produzioni oleaginose provenienti da terreni marginali per biodiesel, HVO e carburanti sostenibili per l’aviazione.
Sul fotovoltaico il processo è già molto più avanzato. Il Parco Agrisolare, destinato agli impianti installati sugli edifici produttivi senza occupare terreno agricolo, dispone di 2,37 miliardi di euro nell’ambito del PNRR. A questa misura si è aggiunta nel 2026 la Facility Parco Agrisolare, con altri 789 milioni. A febbraio il MASAF indicava oltre 23 mila progetti già finanziati con 2,35 miliardi e un obiettivo di potenza installata portato dagli iniziali 375 MW a oltre 1.500 MW.
L’altra direttrice è l’agrivoltaico, che punta a far convivere produzione agricola ed elettrica sulla stessa superficie. La misura PNRR dedicata dispone di circa 1,1 miliardi di euro e prevede sistemi nei quali deve essere garantita la continuità dell’attività agricola o pastorale, accompagnata dal monitoraggio degli effetti sulle colture, sul risparmio idrico, sul microclima e sulla produttività. Gli incentivi comprendono un contributo in conto capitale fino al 40% dei costi ammissibili e una tariffa sulla produzione elettrica immessa in rete.
È proprio sul rapporto tra produzione agricola e produzione energetica che si concentra una parte del confronto. Per RSE l’agrivoltaico deve essere progettato in funzione delle caratteristiche delle coltivazioni e del paesaggio, evitando soluzioni standardizzate e mantenendo l’attività agricola al centro del sistema. Un’impostazione che assume particolare importanza mentre aumenta la pressione per installare nuova capacità rinnovabile e, contemporaneamente, cresce l’esigenza di tutelare il suolo produttivo.
Per il presidente del CREA Andrea Rocchi la ricerca ha in questo quadro un compito operativo: trasformare innovazione, competenze e dati in tecnologie utilizzabili anche dalle aziende di dimensioni minori. Efficienza energetica e rinnovabili diventano così strumenti per ridurre i costi, aumentare l’autonomia delle imprese e contenere l'esposizione alla volatilità dei mercati energetici.
I numeri aiutano a misurare il percorso già compiuto. I 3.100 GWh di elettricità fotovoltaica prodotti nelle aziende agricole nel 2024 equivalgono a quasi la metà dei 6.600 GWh di consumi elettrici attribuiti all’agricoltura nello stesso anno. Il confronto non corrisponde a un tasso di autocopertura effettivo - produzione e consumi non coincidono necessariamente per luogo, momento e destinazione dell’energia - ma mostra quanto la generazione rinnovabile sia ormai diventata una componente rilevante dell’economia agricola italiana.
La sfida ora riguarda soprattutto la capacità di integrare gli investimenti energetici con quelli produttivi. Fotovoltaico sui fabbricati, agrivoltaico, biometano, recupero dei sottoprodotti, accumuli, elettrificazione e agricoltura di precisione possono ridurre la dipendenza energetica delle aziende. Per un settore che nel 2025 ha sostenuto 4,7 miliardi di euro di costi energetici il risultato della transizione si misurerà anche nella capacità di trasformare una voce di costo in una componente della competitività aziendale.