GRANO DURO, LA CUN PARTE TRA ATTESE E CRITICITÀ: NELLE MARCHE PESA IL DIVARIO TRA PREZZO INDICATIVO E REALTÀ PRODUTTIVA
L’avvio operativo della Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro, attiva da gennaio 2026 su impulso del Masaf, introduce un riferimento nazionale per la formazione del prezzo con l’obiettivo di rafforzare trasparenza e riequilibrio lungo la filiera. Nelle Marche, terza regione italiana per superficie investita a grano duro, il nuovo strumento è al centro del dibattito tra istituzioni e operatori, tra aspettative di stabilizzazione del mercato e timori legati alla reale efficacia sui redditi agricoli.
Il comparto regionale presenta numeri rilevanti: oltre 79.000 ettari coltivati, più di 4 milioni di quintali prodotti e un valore stimato intorno ai 182 milioni di euro. La filiera coinvolge oltre 10.000 aziende agricole e rappresenta una componente strutturale dell’economia rurale marchigiana. In questo contesto la CUN si inserisce nel quadro normativo definito dalla legge 72/2017 e rafforzato dal DL 73/2022, che punta a un sistema nazionale di formazione del prezzo, anche in funzione di un maggiore controllo delle dinamiche di mercato e delle importazioni. La Regione Marche ha accompagnato l’introduzione della CUN con misure di sostegno mirate attivate nell’ambito della Pac 2023-2027, in particolare attraverso gli interventi dello sviluppo rurale cofinanziati dal FEASR. Tra queste, circa 27 milioni di euro sono destinati all’agricoltura integrata cerealicola, con premi fino a 200 euro per ettaro su base triennale. Si tratta di strumenti che compensano i maggiori costi legati a pratiche sostenibili e che si inseriscono nelle richieste delle organizzazioni agricole di rafforzare la competitività e la tenuta economica delle aziende, senza tuttavia incidere direttamente sulle dinamiche di formazione del prezzo.
Tuttavia, l’elemento più critico emerge dal confronto tra prezzi e costi di produzione. Secondo le elaborazioni Ismea, nel Centro Italia il costo medio del grano duro supera i 300 euro per tonnellata, a fronte di rese medie di circa 3,6 tonnellate per ettaro. Le quotazioni riconosciute agli agricoltori risultano spesso inferiori a questa soglia, generando margini negativi che mettono sotto pressione soprattutto le aziende di piccola e media dimensione. In questo scenario, la CUN viene percepita da parte degli operatori non come leva di riallineamento dei prezzi, ma come strumento che tende a certificare dinamiche di mercato già orientate al ribasso.
Una lettura analoga emerge anche dalle organizzazioni professionali. Confagricoltura Marche, commentando le prime quotazioni della Commissione, evidenzia come i valori espressi, nell’ordine di 300-305 euro/t per il “Fino” nel Centro Italia e inferiori per il prodotto base, non risultino in grado di coprire i costi di produzione, soprattutto una volta considerati oneri di trasporto e stoccaggio. Secondo l’organizzazione la CUN rischia, in questa fase iniziale, di funzionare più come strumento di registrazione delle dinamiche di mercato che come leva di riequilibrio della filiera, senza incidere sul nodo strutturale della redditività agricola. In questo quadro va ricordato che la CUN, sul piano normativo, è configurata come uno strumento di formazione trasparente del prezzo basato sul confronto tra le parti della filiera, e non come un meccanismo di fissazione amministrata. Le prime quotazioni riflettono quindi le condizioni correnti di mercato più che introdurre elementi correttivi sui livelli di prezzo.
Un ulteriore elemento riguarda la rappresentatività territoriale. La definizione di un prezzo indicativo su base nazionale, articolato per macro-aree, fatica a cogliere le specificità produttive delle Marche. Le differenze pedoclimatiche tra aree collinari interne e zone costiere, così come la presenza di produzioni con caratteristiche qualitative superiori – in termini di contenuto proteico e parametri merceologici – non trovano pieno riconoscimento nelle quotazioni unificate. Ne deriva un disallineamento tra prezzo teorico e valore reale del prodotto, con margini negoziali che restano in larga parte nelle mani dell’industria di trasformazione. Il risultato è un “divario percepito” tra la funzione della CUN e la sua applicazione concreta sul territorio. Se da un lato la Commissione introduce elementi di maggiore trasparenza, dall’altro non riesce ancora a incidere in modo strutturale sulla sostenibilità economica della produzione.
Per rendere la CUN uno strumento realmente efficace, il nodo centrale resta l’integrazione tra prezzo indicativo, qualità del prodotto e costi di produzione. Servono parametri più aderenti alle realtà territoriali e meccanismi che valorizzino le produzioni di qualità, affiancati da politiche regionali e nazionali capaci di sostenere il reddito agricolo in modo strutturale. In assenza di questi correttivi la trasparenza rischia di restare formale, senza tradursi in un reale riequilibrio della filiera.