CEREALI, LOGISTICA E REGOLE UE: DALL’ASSEMBLEA ANACER L’ALLARME SULLA COMPETITIVITÀ DELLA FILIERA ITALIANA

Ottant’anni di attività nel commercio cerealicolo e uno scenario internazionale sempre più instabile. L’assemblea annuale di Anacer, l’Associazione nazionale cerealisti, che si è tenuta a Roma il 20 maggio scorso in occasione dell’80° anniversario dell’organizzazione, ha acceso i riflettori sulle tensioni geopolitiche, sui nuovi vincoli normativi europei e sulla crescente fragilità logistica che incidono sulla competitività dell’agroalimentare italiano.  

 

Nel corso dei lavori la presidenza di Anacer ha ribadito il ruolo strategico del commercio cerealicolo per garantire l’approvvigionamento dell’industria mangimistica e alimentare nazionale, in una fase caratterizzata da volatilità dei mercati, aumento dei costi energetici e instabilità delle rotte commerciali. Particolare attenzione è stata dedicata all’impatto delle normative europee su sicurezza alimentare, deforestazione e nuove tecniche genomiche.  

 

Ad aprire l’assemblea è stato Massimiliano Giansanti, presidente del Copa e di Confagricoltura, che ha definito l’attuale fase una “poli-crisi” dell’agricoltura europea, aggravata dal caro energia, dalle tensioni geopolitiche internazionali e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il commercio globale.   Un quadro che si riflette direttamente sui costi di approvvigionamento delle materie prime agricole e sui margini dell’industria di trasformazione.

 

L’Italia è infatti strutturalmente deficitaria sul fronte cerealicolo. Secondo le elaborazioni Anacer su dati Istat, nei primi due mesi del 2026 le importazioni italiane di cereali, semi oleosi e farine proteiche hanno raggiunto 4,17 milioni di tonnellate, per un valore di 1,37 miliardi di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2025 si registra una riduzione del 4,5% nei volumi e dell’11% nei valori.  

Il calo dell’import è stato determinato soprattutto dalla diminuzione degli acquisti di grano duro, scesi da 535 mila a 354 mila tonnellate (- 181 mila tonnellate), con una contrazione del valore di 77,8 milioni di euro. In flessione anche il grano tenero (- 21 mila tonnellate) e il mais (- 11 mila tonnellate). Si tratta di dinamiche che riflettono sia l’andamento dei prezzi internazionali, sia il rallentamento della domanda industriale.

 

Resta elevata la dipendenza dall’estero per il mais, voce principale dell’import cerealicolo nazionale: nei primi due mesi del 2026 sono entrate in Italia oltre 1,33 milioni di tonnellate di prodotto, per un controvalore di 346,6 milioni di euro. Un dato coerente con il deficit produttivo nazionale, che secondo Ismea continua a penalizzare la filiera zootecnica italiana, costretta a ricorrere stabilmente al mercato internazionale per soddisfare il fabbisogno mangimistico.

 

Intanto cresce il peso delle questioni logistiche. Maria Cristina Scarfia, responsabile affari europei di Confetra, la confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha sottolineato la necessità di riportare il controllo delle rotte commerciali al centro della strategia europea, superando l’attuale approccio emergenziale. Le tensioni nel Mar Rosso e nel Golfo Persico hanno infatti determinato un forte aumento dei costi di trasporto marittimo e assicurativi, con ripercussioni dirette sui prezzi delle commodity agricole.

 

Sul fronte normativo Stéphanie Pelet-Serra, direttore politiche agricole del Coceral, l’associazione europea del commercio dei cereali e semi oleosi, ha evidenziato le criticità operative legate all’entrata in vigore del Regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR), destinato a incidere anche sugli scambi di soia e derivati proteici. L’Italia importa annualmente oltre il 90% del fabbisogno di soia destinata alla mangimistica, soprattutto da Brasile, Stati Uniti e Argentina. Secondo la Commissione europea il regolamento imporrà nuovi obblighi di tracciabilità e geolocalizzazione per garantire che le materie prime non provengano da aree deforestate dopo il 2020.

Il tema assume particolare rilevanza considerando che nei primi due mesi del 2026 l’Italia ha importato oltre 419 mila tonnellate di semi e frutti oleosi e 389 mila tonnellate di farine proteiche vegetali. Una quota essenziale per sostenere la produzione zootecnica nazionale, soprattutto nei comparti lattiero-caseario e avicolo.

 

Sul versante export le vendite italiane di prodotti cerealicoli trasformati hanno mostrato segnali di rallentamento. Nei primi due mesi del 2026 le esportazioni complessive sono diminuite del 7,1% nei volumi e del 4,7% nei valori, attestandosi a 780 mila tonnellate per 944,7 milioni di euro. In flessione soprattutto pasta e riso, due comparti simbolo del made in Italy agroalimentare.

Nonostante il rallentamento degli scambi migliora il saldo valutario netto del settore, passato da - 546,6 milioni di euro nel primo bimestre 2025 a - 424,3 milioni nel 2026. Un risultato che deriva principalmente dalla riduzione dei prezzi internazionali delle commodity rispetto ai picchi registrati negli anni successivi alla guerra in Ucraina.

 

La filiera cerealicola italiana si presenta dunque stretta tra dipendenza strutturale dall’estero, nuove regole comunitarie e instabilità geopolitica. In questo contesto il rafforzamento della produzione nazionale, l’efficienza logistica e la capacità di presidiare i tavoli europei diventano elementi decisivi per mantenere competitività e sicurezza degli approvvigionamenti agroalimentari.